Multisala Novecento

FRANCE

di Bruno Dumont
con Lea Seydoux, Blanche Gardin, Benjamin Biolay

Genere: Film Rassegna
Durata: 133'

Regia e Sceneggiatura: Bruno Dumont. Fotografia: David Chambille Montaggio: Nicolas Bier. Musica: Christophe. Scenografie: Markus Dicklhuber. Costumi: Alexandra Charles.   

Interpreti:   Léa Seydoux, Blanche Gardin,  Benjamin Biolay, Emanuele Arioli, Juliane Köhler, Gaëtan Amiel, Jawad Zemmar, Marco Bettini.

Produttori: Fabrizio Mosca, Dorothe Beinemeier. Distribuzione: Academy Two.  Origine:Francia, Germania, Italia, 2021.                   

France guarda in macchina. Il corpo di Léa Seydoux è come quello della propria nazione (del titolo) che si deve mostrare a 360° e dove compare anche il vero Presidente della Repubblica Emmanuelle Macron. C’è sempre una distanza, anzi una differente altezza con cui la protagonista guarda il mondo che le sta intorno, anzi che fa ruotare attorno a lei. Si vede nel modo in cui guarda la telecamera nel suo studio televisivo, in una casa che somiglia a un museo e dove gli spazi ampi somigliano a quelli di un film in costume. Dumont associa il titolo del film con la sua protagonista. Non è la prima volta che succede. Era già accaduto in Camille Claudel, 1915 e nello strepitoso dittico Jeannette/Jeanne, figure che possono rappresentare la reincarnazione cinematografica di France nel presente. Anche il suo è un percorso religioso. Di risvegli, di drammi, di cadute nel vuoto. France de Meurs è una giornalista televisiva molto famosa. Si divie tra lo studio televisivo, un servizio in guerra e la sua turbolenta vita in famiglia. Un giorno, dopo un incidente autostradale in cui nel traffico ha casualmente tamponato uno scooter, perde tutte le sue certezze e rimette in discussione la propria esistenza. Sono sempre gli occhi gli elementi rivelatori del cinema di Bruno Dumont. Dalla giovane Giovanna d’Arco a Juliette Binoche passando per Barbe di Flandres, Domino di L’umanità e Katia di Twentynine Palms. Léa Seydow cerca con lo sguardo la macchina da presa, moltiplica la sua immagine social. Pubblico e privato sono la stessa cosa. Eroina della sua stessa vita, protagonista di quello che potrebbe essere un fotoromanzo, manipola e viene manipolata nel momento in cui perde le proprie certezze e si trova davanti un giornalista che si spaccia per qualcun’altro.

C’è prima il meglio e poi il peggio del cinema di Dumont nel momento in cui prima esalta poi inghiotte France in un circo mediatico, in cui il tentativo di annullamento della propria immagine (che è proprio uno dei motivi di seduzione del cinema del regista francese) lascia emergere tutte le sue fragilità. Piange in tv, per strada, fa fatica a sostenere uno scontro dialettico con un politico, s’innamora e poi sputa in faccia tutto il suo disprezzo. Un cinema sulla perdita di controllo che però invece è controllatissimo, anche nell’improvviso rumore del bombardamento dopo il quale abbraccia l’interprete dove l’esibizione della recitazione lascia emergere il trionfo dell’apparenza, della falsità. “Non sopporto più gli sguardi della gente” dice a un certo punto France. Dumont però non le toglie mai le luci di dosso e neanche l’esposizione mediatica. Carica il suo film così al limite che deve usare lo stratagemma di un messaggio guardato di nascosto su uno smartphone. Lei è al’altro sguardo di Dumont che rappresenta le due facce contrastanti del suo cinema, sublime e mostruoso insieme.