Multisala Novecento

GLI UOMINI D'ORO

di Vincenzo Alfieri
con Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Gianpaolo Morelli

Genere: Film
Durata: 110'

Regia: Vincenzo Alfieri. Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Alessandro Aronadio, Renato Sanno. Musica: Francesco Cerasi. Scenografia: Ettore Guerrieri. Costumi: Patrizia Mazzon. Montaggio: Vittorio Alfieri. Fotografia: Davide Manca.                        

Interpreti: Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone, Gianmarco Tognazzi, Mariela Garriga, Matilde Gioile, Susy Laude.

Produttore: Federica e Fulvio Lucisano. Distribuzione: 01 Distribution. Origine: Italia,  2019.

Torino, 1996. Luigi il Playboy è un impiegato delle Poste deputato a guidare il furgone portavalori. Gli mancano tre mesi alla pensione, e già si vede gestire un chiringuito in Costa Rica insieme al collega e amico Luciano. Ma il ministro Dini - "uno che non l'ha eletto nessuno" - sposta dieci anni più avanti l'età pensionabile, e Luigi prende il destino nelle sue mani: rapinerà l'ufficio postale, impossessandosi dei valori che trasporta per mestiere. Alvise il Cacciatore accompagna il furgone ma deve svolgere altrui due lavori per mantenere moglie e figlia secondo un decoro borghese che non può permettersi. È lui ad avere l'idea geniale per mettere a segno il colpo grosso, e vuole una fetta della torta. Nicola il Lupo è un ex pugile che gestisce insieme ad Alvise un locale country western: anche lui entrerà a far parete dello schema criminale che dovrebbe cambiare loro la vita, con esiti tutti da scoprire. Rispetto al film d'esordio Alfieri ha fatto passi da gigante: innanzitutto ha scelto di rimanere dietro la cinepresa, concentrandosi su una sceneggiatura ambiziosa e articolata che racconta la storia dai punti di vista dei tre protagonisti. Il copione porta (saggiamente) anche le firme di Alessandro Aronadio e Giuseppe G. Stasi, entrambi anche registi, e di Renato Sannio, e il lavoro corale si vede, perché la tessitura di una trama complicata (e per certi versi improbabile) è ben confezionata, partendo da un episodio di cronaca che aveva tutte le carte in regola per diventare un buon heist movie.
Ma la domanda fondamentale al centro della storia resta: "Che uomo sei?", ed è proprio la volontà di ragionare in forma metaforica sulla virilità nell'era della crisi e davanti a donne che tengono in mano il destino maschile che Gli uomini d'oro trova la sua vera originalità. Anche la regia è coraggiosa, benché fortemente debitrice della saga di Smetto quando voglio (da cui "ruba" ben tre interpreti) e del cinema internazionale alla Guy Ritchie. Fondamentale il montaggio dello stesso Alfieri, che cuce efficacemente i vari piani della storia.
Fra gli attori, tutti in buona forma, spiccano Giuseppe Ragone nei panni di Luciano, che non sbaglia un'intonazione o un tempo comico, e, a sorpresa, Fabio De Luigi, che abbandona la sua consueta maschera buonista per un'interpretazione sinistra e rancorosa che rispecchia le frustrazioni di molta Italietta contemporanea. Un solo personaggio è davvero implausibile, ed è lo stilista-strozzino (ben) interpretato da Gianmarco Tognazzi.

Sono indovinati anche alcuni stratagemmi narrativi, come il continuo parallelo fra le vicende dei nostri antieroi e la storica rivalità fra tifosi della Juventus e del Torino, o la composizione regionale della "squadra del crimine", che rispecchia l'immigrazione dal sud ma anche il clima fra "terroni" e "polentoni": entrambi i contrasti diventano facili valvole di sfogo (e bersagli) per la frustrazione di chi si sente ingiustamente sfavorito dalla sorte. È una bella intuizione anche quella di appaltare gli ostacoli al piano criminale ai difetti intrinseci dei personaggi, e fare invece sì che le inadempienze della nostra società (come il telefono di un ufficio pubblico che non risponde mai, soprattutto quando è in corso la partita) giochino invece a favore invece che contro l'"iniziativa privata". Infine funzionano bene come contrappunto narrativo un paio di innesti musicali: 'Lullaby' dei Cure e 'Alive and kicking' dei Simple Minds.

Gli uomini d'oro rinegozia continuamente il suo equilibrio fra commedia all'italiana e tragedia, stringendo i tempi a mano a mano che la struttura in tre "atti" si avvicina alla conclusione: questo sbilanciamento progressivo può disorientare e lasciare perplessi, così come rappresentare una novità interessante nel panorama statico del cinema italiano. Da quale parte penderà la bilancia dipende dal grado di disponibilità del pubblico a lasciarsi trascinare in un vortice che comunque si fa seguire volentieri.