Regia: Andrea Pallaoro.
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Ilaria Bernardini. Fotografia: Diego García (II). Musiche: Clément Ducol. Scenografia: Gaspare De Pascali Costumi: Antonella Cannarozzi. Interpreti: Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon, Ann Akin, Peter Coonan, Antonia Fotaras, Aomi Muyock. Produttori: Viola Prestieri, Carolina Iorio. Distribuzione: 01 Distribution. Origine: Italia, 2026.
Leo fa il produttore musicale e vive a Londra. Il suo progetto più importante lo vede collaborare con Ava, cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che lui ha saputo convincere a tornare per un nuovo album, sul quale i due lavorano dall'appartamento dell'uomo. A fargli visita c'è spesso anche Anne, infermiera a domicilio a cui si è rivolto per un mal di schiena debilitante. La frequentazione con la ragazza diventa però sentimentale oltre che professionale, e tra i due si fa strada un rapporto ambiguo che è ulteriormente complicato dal bisogno che Leo sviluppa per i farmaci antidolorifici prescritti da Anne. Tutto girato dentro un singolo appartamento, il nuovo film di Andrea Pallaoro è insieme ghost story e love story, prendendo la forma di un rituale doloroso ma di rara eleganza. Quella tra Leo e Anne è la più recente di una serie di connessioni spezzate che hanno segnato finora il cinema di Pallaoro, visto l'ultima volta in Monica e prima ancora in Hannah, interamente costruito sul volto di Charlotte Rampling. Stavolta l'avatar del regista è maschile, anche se la dimensione femminile è ben presente nelle due forze opposte (Vikander e Sarandon, entrambe eccellenti in due prove libere da barriere e schermature) che visitano la sua dimora e che si alternano nel dargli conforto e disperazione. Il Leo di Luca Marinelli è uno spirito inquieto che infesta il suo stesso salotto, condannato a vivere lo spazio di una storia d'amore ma non il suo tempo. E proprio quello spazio, che lo spettatore imparerà a conoscere intimamente grazie ai morbidi movimenti di macchina che lo esplorano, contribuisce a un peculiare e affascinante senso di straniamento essendo un appartamento romano - dove sono avvenute le riprese - sotto (non)mentite spoglie londinesi.
Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.
La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.
Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.
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