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scheda Film
IL MAGO DEL CREMLINO-LE ORIGINI DI PUTIN

IL MAGO DEL CREMLINO-LE ORIGINI DI PUTIN

di Olivier Assayas
con Paul Dano, Alicia Vikander, Jude Law

Trailer
Genere: Film Rassegna
Durata: 146'
Trailer

Regia: Olivier Assayas.   Sceneggiatura: Emmanuel Carrère, Olivier Assayas.    Fotografia: Yorick Le Saux. Montaggio: Marion Monnier. Scenografia: François-Renaud Labarthe. Costumi: Jürgen Doering. Interpreti:  Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Jeffrey Wright Jude Law, Will Keen (II), Dan Cade. Produttori: Sylvie Barthet, Jeff Rice. Distribuzione: 01 Distribution. Origine: Francia,  2025.                    

All'inizio degli anni novanta, mentre l'Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in fermento, dove all'improvviso tutto è possibile, sia per chi vuole arricchirsi che per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra questi ultimi c'è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro e la comunicazione. L'incontro e poi la separazione con Ksenia, donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo convince però che non sarà l'arte ma la politica a definire la nuova era che sta arrivando. Dopo aver lavorato per la TV, viene coinvolto nella scelta di un malleabile fantoccio che possa puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: si tratta del capo dell'FSB Vladimir Putin, all'inizio riluttante ma poi affascinato dal consolidamento del potere. A garantirglielo sarà proprio Baranov, che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della nuova Russia. Avevamo lasciato Olivier Assayas con l'intimo e schivo ritratto pandemico di Hors du temps, e lo ritroviamo con uno dei suoi progetti più vasti ed ambiziosi: un adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli che vuole tracciare una parabola della Russia contemporanea attraverso la salita al potere di Putin e il rafforzamento del suo regime. Lavorando con attori anglosassoni in un'ampia coproduzione internazionale, Assayas legge Putin attraverso la figura - largamente fittizia ma con radici nel profilo reale di Vladislav Surkov - del suo consigliere più fidato, un visionario dalla moralità fluttuante che con distacco e modi pacati indirizza trent'anni di soprusi e angherie, dalla fine dell'era Eltsin alle campagne di disinformazione digitale, passando per la soppressione violenta delle proteste ucraine dell'Euromaidan.
La dottrina di Baranov (un Paul Dano che trova nuove e inquietanti frontiere) nasce con l'idea di solleticare gli istinti più bassi del popolo per fini commerciali, infiammando ciò che fu e che sarà alla base del berlusconismo e del trumpismo con la benzina delle privazioni sovietiche e della fame incontrollata che ne seguì. Ben presto però si inasprisce in una visione "verticale" della politica, che cavalca l'adagio di una Russia "da sempre forgiata con l'ascia" e perciò bisognosa di un tiranno alla guida.  Qui entra in gioco il Putin di Jude Law, la scommessa più riuscita del film, lo strumento che sfugge di mano ai suoi creatori grazie a un pragmatismo capace di autogenerarsi nella forma di un dittatore. L'attore inglese ne indovina le movenze, la camminata tipica, il modo di parlare anche nell'astrazione di una lingua e una cultura diversa. La sua performance è un enorme chiodo piantato nel terreno su cui erigere un tendone tutt'attorno.
Si ha infatti l'impressione che film e romanzo siano condannati dall'esistere in un mondo precedente all'invasione dell'Ucraina, e che lo sguardo (già profondamente eurocentrico) gettato dietro la cortina di ferro putiniana si accontenti di letture limitate a una teoria del caos in cui nulla ha più senso come spiegazione delle strategie di Baranov. Una visione basata su un enigma inconoscibile che forse questi anni di conflitto hanno incrinato e smitizzato, nonché una narrativa lineare e digeribile che sembra partorita dallo stesso Baranov, a cui il film dà più e più volte l'opportunità di deridere l'Occidente come vittima dei suoi sotterfugi comunicativi.

 

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