Regia e sceneggiatura: Rémi Bezançon. Fotografia: Pierre Cottereau. Montaggio: Sophie Fourdrinoy. Musiche: Laurent Perez Delmarr. Scenografia: Maamar Ech-Cheikh. Costumi: Marie-Laure Lasson. Interpreti: Guillaume Gallienne, Laetitia Casta, Gilles Lellouche, Isabel Aimé González-Sola, Jenna Knafo, Katayoon Latif, Matthias Jacquin. Produttori: Luc Bricault, Grégory Valais. Distribuzione: Notorious Pictures. Origine: Francia, 2026.
François e Colette sono sposati e vivono a Parigi. Lui scrive romanzi gialli di ambientazione ottocentesca, in cui si immagina detective perspicace accanto all'aiutante con le sembianze della moglie; lei insegna cinema alla Sorbona ed è specializzata nell'opera di Alfred Hitchcock. Quando il loro nuovo vicino attore li invita alla prima del suo spettacolo teatrale, i due non immaginano che diventeranno i protagonisti di una storia gialla che ricalca le storie di Hitchcock e offrirà a lui nuove idee. Di mezzo c'è un possibile omicidio, una messinscena ingegnosa e l'istinto di Colette per spiare la vita degli altri. Un omaggio più che letterale a La finestra sul cortile, forte dell'alchimia tra i due interpreti protagonisti, il regista e attore Gilles Lellouche e una scatenata Laetitia Casta. Il momento chiave di Il delitto del 3° piano arriva all'inizio dell'ultimo atto, quando la protagonista Colette mostra ai suoi studenti un finto filmato d'archivio in cui una giornalista con le sue fattezze (e il nome identico a quello di Jodie Foster in Il silenzio degli innocenti, Clarice Starling) intervista Alfred Hitchcock. Mentre la voce del regista spiega per filo e per segno le sue ben note tecniche della suspense (la dilatazione del tempo, il rapporto tra spettatore e personaggio, la manipolazione delle informazioni...), la camera, dopo aver girato per un po' attorno al suo corpo, arriva finalmente a inquadrarlo frontalmente rivelando, non un attore che lo interpreta (il più bravo a farlo è stato Anthony Hopkins, in Hitchcock), ma una chiara, pacchiana e pure un po' inquietante ricostruzione in AI. Senza vergogna o filtri: sullo schermo si vede un corpo fasullo che ha la pretesa di sostituirsi all'originale e al tempo stesso dichiara apertamente la propria falsità.
Ecco, il film di Rémi Bezançon è esattamente così: più che una ripresa di elementi hitchcockiani (come nella storia del cinema hanno fatto in tanti, da De Palma e Polanski in giù), o una lezione sul cinema di Hitchcock, è una sorta di pedante, insistita, anche divertente ricostruzione di La finestra sul cortile, con ovviamente immagini del film stesso, spiegazioni del suo senso più o meno nascosto (Hitchcock, dice Colette, soffriva nell'essere considerato il maestro del brivido e non invece della coppia), ripresa nella trama gialla di elementi del racconto originale (l'anello rubato da Grace Kelly nella casa dell'assassino), ribaltamento dei ruoli (in Hitchcock è la donna che s'intrufola nell'appartamento incriminato, qui l'uomo) e citazioni da altri film (le chiavi di Notorious, l'acconciatura di Vertigo, il cammeo di Hitchcock col contrabbasso, come in L'altro uomo).
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