Regia: Stuart Rosenberg. Sceneggiatura: W.D. Richter, Arthur A. Ross. Fotografia: Bruno Nuytten. Montaggio:
Robert Brown. Musiche: Lalo Schifrin. Scenografia: J. Michael Riva. Costumi: Tom Bronson.
Interpreti: Robert Redford, Morgan Freeman, Yaphet Kotto, Jane Alexander, David Harris, Val Avery, Murray Hamilton, David, Keith, Albert Salmi, Everett McGill, Wilford Brimley. Produttore: Ron Silverman.
Origine: U.S.A. 1980.
Un autobus nella notte. Le prime scene di Brubaker (ispirato dall'esperienza nei penitenziari americani alla fine degli anni Sessanta, vissuta da Thomas O. Morton e raccontata nell'omonimo libro) compongono il mosaico di un carcere con le sue ordinarie violenze, il suo senso di oppressione, la dilatazione del tempo e la costrizione del movimento. Lo sguardo si riapre solo sui lavori forzati dei detenuti nei campi. Il film di Rosenberg (Nick mano fredda, Il viaggio dei dannati, Amityville Horror) è tutto fatto di piccoli e costanti avvicinamenti, di lento accerchiamento della realtà celata di violenza e corruzione di un carcere sperduto nell'Arkansan. Un film tutto collettivo, tutto al maschile, nel quale spicca il divo Redford, misterioso ermetico e in disparte all'inizio, risoluto e carismatico (ma sempre in understatement) una volta svelato il suo ruolo reale. Dopo aver preso in mano la direzione del carcere, il protagonista proverà a cambiare le regole di Wakefeld e la situazione dei detenuti, armando una lotta difficile contro sorrisi e sistemi incancreniti, minuzie comunitarie e figure ambigue, compiacenze e guadagni, fino alla normalità della corruzione e alle ricadute politiche del caso.
Soprattutto nella prima parte – quando Brubaker osserva in incognito la situazione dell'istituto – l'angoscia per la violenza di cui ognuno è potenziale vittima tra le mura della prigione monta e si acuisce lentamente, quasi impercettibile, mentre il film si sofferma sull'atmosfera della provincia americana, nelle retrovie dei bar, negli interni delle villette – quella provincia invariabilmente 'sonnolenta' in cui, come nei romanzi di King, quasi si respira un male che sembra sempre sul punto di esplodere segretamente. Aria polverosa, sceriffi sullo sfondo, personaggi – immersi in un'atmosfera non solo stringente, ma apparentemente immodificabile – che possono essere soltanto minacciosi o impauriti, inquieti. Henry Brubaker è un eroe quotidiano, un angelo 'sporco' di cui Redford costruisce un'interpretazione in crescendo, tormentata e disincantata allo stesso tempo, intensa nel finale di comunicazione impotente, silenziosa, con i carcerati.
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